Il costante invecchiamento della popolazione che caratterizza l’Italia ha tra le conseguenze quella di “tagliare le gambe” alla sanità. Il sistema, avverte l’ultimo policy brief dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) “Invecchiare in sanità”, è ben oltre l’orlo della crisi di nervi”. Lo dicono i numeri: tre operatori su 4 si lamentano per lo sforzo fisico, nove su 10 per la retribuzione e le prospettive di carriera. Quasi tutti per lo sforzo mentale ed emotivo (rispettivamente 97% e 93% dei soggetti). Non vanno poi trascurati gli effetti connessi all’introduzione delle nuove tecnologie digitali, la cosiddetta “digitalizzazione dei servizi”, che pone in primo piano la questione della formazione di chi ha la responsabilità di quei servizi.
Sono le condizioni economiche e i ritmi/orari di lavoro ad emergere come elementi critici nelle aspettative degli operatori rispetto all’evoluzione del proprio lavoro nei prossimi cinque anni. In particolare, il pessimismo rispetto al trattamento economico prevale tra gli ultracinquantenni (52,5% degli over 50 su 49,6% totale), soprattutto donne (53,5% su 49,5%). Invece, il peggioramento dei ritmi e degli orari di lavoro è maggiormente presente nelle previsioni degli uomini appartenenti alle classi di età più giovani (71,1% degli under 50 su 65,1% totale). La criticità di questo aspetto del lavoro in sanità è rafforzata anche dal fatto che tutti i rispondenti l’hanno indicata come causa principale di progressivo aggravio e rischio lavorativo all’aumentare dell’età; sono soprattutto gli operatori più giovani e in particolare gli uomini ad esprimere questa opinione, manifestando, in tal modo, una certa preoccupazione per la sostenibilità del proprio lavoro in una prospettiva di invecchiamento. Infine, oltre il 50% dei rispondenti, senza particolari distinzioni di genere ed età, sembra non intravedere alcuna possibilità di sviluppo professionale, con opportunità di carriera e livello di autonomia decisionale ritenuti immutabili nei prossimi cinque anni.
L’80% circa prevede di andare in pensione entro i prossimi 10 anni (di cui oltre il 33% entro 5), ma circa il 28% del totale afferma di essere interessato a un’eventuale possibilità di ritiro anticipato, anche se ciò significasse una riduzione dell’assegno mensile del 20-30%. Secondo l’Inapp, si tratta di una percentuale non trascurabile, se si considera che non sono i lavoratori più anziani, con una lunga carriera alle spalle, stanchi e desiderosi di accorciare i tempi per “tagliare il traguardo”, i più attratti da una soluzione di questo tipo; al contrario, la maggiore incidenza si evidenzia nelle classi di età più giovani, in particolare tra gli uomini (33,3% tra gli under 34 e 34,3% nella classe 35-49), evidentemente più preoccupati per l’ulteriore impegno e il peggioramento di alcune condizioni lavorative che prevedono di dover affrontare nel corso di una vita lavorativa giocoforza prolungata.
